Taglio ai compensi CAF: perché un decreto retroattivo è un problema per tutti i contribuenti

C’è una regola non scritta che dovrebbe valere sempre nei rapporti tra Stato e operatori economici: le regole del gioco non si cambiano a partita già giocata. Il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 29 aprile ha fatto esattamente questo — e le conseguenze non riguardano solo i CAF, ma chiunque si sia rivolto a uno di questi centri nell’ultimo anno.
Cosa è successo
La Legge di Bilancio 2026 ha previsto un taglio di 21,6 milioni di euro ai fondi destinati ai compensi dei Centri di Assistenza Fiscale e dei professionisti abilitati. Il decreto attuativo ha fissato il tetto massimo a 195,3 milioni di euro, specificando che quella soglia vale “a decorrere dall’anno 2026, relativamente alle attività rese nell’anno 2025”.
Tradotto: i CAF hanno lavorato per tutta la campagna fiscale 2025 — pianificando il personale, organizzando gli sportelli, gestendo milioni di pratiche — sulla base di compensi concordati in precedenza. Ora, a consuntivo, scatta una riduzione proporzionale su quanto ancora da liquidare. Se il totale delle richieste supera il tetto, tutti i compensi vengono decurtati proporzionalmente. Secondo alcune stime, la sforbiciata effettiva potrebbe superare il 60%.
Perché è un problema di principio
La Consulta nazionale dei CAF ha usato parole precise: “incide sul principio di affidamento, che rappresenta un elemento fondamentale per qualsiasi sistema regolato e stabile.” Non è una protesta corporativa. È la denuncia di un metodo: intervenire retroattivamente su obblighi già assolti introduce un’incertezza strutturale che rende impossibile qualsiasi programmazione.
Un CAF che non sa con quale compenso verrà remunerato un’attività già svolta non può gestire i costi, non può pianificare il personale, non può garantire la continuità del servizio. Soprattutto nelle strutture più piccole, quelle che presidiano i territori dove l’alternativa digitale non è ancora una realtà accessibile per tutti.
La giustificazione del Governo: il 730 precompilato
Il decreto cita esplicitamente “l’aumento del numero di dichiarazioni accettate senza l’apporto di modifiche da parte dei contribuenti” come ragione del taglio. La logica è: più cittadini usano il precompilato autonomamente, meno servono i CAF, meno risorse occorrono.
Il ragionamento ha un problema: i numeri raccontano un’altra storia. Nel 2024, su 24,7 milioni di modelli 730 trasmessi all’Agenzia delle Entrate, 17,5 milioni sono passati attraverso i CAF. La grande maggioranza delle dichiarazioni precompilate non viene accettata così com’è: richiede modifiche, integrazioni, correzioni. Chi non ha competenze fiscali specifiche — e sono ancora la maggioranza — ha bisogno di qualcuno che lo accompagni. Togliere risorse a chi svolge quel ruolo non elimina il bisogno: lo trasferisce altrove, spesso sulle spalle di chi ha già meno strumenti per gestirlo.
Chi sono i contribuenti più esposti
Pensionati, lavoratori dipendenti, famiglie a basso reddito, persone con scarsa dimestichezza digitale: sono questi i profili che si rivolgono abitualmente ai CAF. Non per comodità, ma per necessità. In molte aree del Paese — specialmente nei comuni più piccoli — il CAF è l’unico presidio di assistenza fiscale accessibile senza costi aggiuntivi.
Un sistema con meno risorse significa sportelli con meno personale, tempi più lunghi, potenziale riduzione dei punti territoriali. O, in alternativa, costi trasferiti agli utenti. In entrambi i casi, il prezzo lo pagano le persone che già faticano di più a orientarsi nel sistema fiscale.
La posizione di CONFUNISCO
Come CONFUNISCO, ci siamo schierati con chiarezza accanto alla Consulta nazionale dei CAF nella richiesta di un confronto istituzionale urgente. Non chiediamo privilegi: chiediamo che le regole siano certe e che non vengano cambiate su attività già concluse. Chiediamo che il valore del servizio che garantiamo ogni giorno — a milioni di contribuenti che altrimenti sarebbero soli di fronte a un sistema complesso — venga riconosciuto, non eroso.
Nel frattempo, continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto: essere presenti, competenti, accessibili. Perché il diritto a un’assistenza fiscale di qualità non è un optional.


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